Siamo gli ultimi cristiani?

Ho letto e riletto questo articolo di Enzo Bianchi, e debbo dire che lo trovo magistrale, così mi permetto di sottoporvelo, io che mi ritengo appartenere al mondo ben descritto da nella domanda di Tillard, è la mia generazione che cerca a volte invano, un equilibrio interiore con stratagemmi di tipo psicologico, un po’ “New Age” e questo inevitabilmente offusca invece l’essenza di un cammino di fede, quello che parte dal cuore che vibra e si appassiona perchè incontra la vita nuova. IO, se debbo essere onesto, non credo di avere il dono della fede, sono ancora troppo ancorato a terra. Ma sono convinto che coltivare la FEDE non è un esercizio accademico ma che passa per azioni concrete nella propria vita, anzi, mi piace la riflessione di  Benedetto XVI ha ricordato con forza che “all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì un evento, l’incontro con una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò un orientamento definitivo” (Enciclica Deus caritas est 1, 25 dicembre 2005).Se ci pensate Paolo scrive di FEDE in FEDE, e la sua conversione è un evento!!! Forse ho esagerato ma è necessario che a volte diciamo come stanno le cose, non vi sembra…. Allora essere cristiani non è un fatto interiore ma è una scelta di vita… una scelta totalizzante. albert

Siamo gli ultimi cristiani?

Joseph Beuys, Infiltrazione omogenea per violoncello, 1966-1985, Violoncello, Feltro, Tessuto. Installato in una finestra: 154,5 x 183 x 64 cm.

Joseph Beuys, Infiltrazione omogenea per violoncello, 1966-1985, Violoncello, Feltro, Tessuto. Installato in una finestra: 154,5 x 183 x 64 cm.

Jesus – Bisaccia del mendicante – Gennaio 2019 

ENZO BIANCHI 

Jean-Marie Tillard, grande teologo dal soffio ecumenico, e per me maestro e amico, negli ultimi anni di vita domandava spesso: “Siamo gli ultimi cristiani?”. Era un discepolo di Gesù, non colto da pessimismo o da amarezza, ma quella domanda gli sorgeva spontanea; ed era spinto a porla e a porsela non dalle statistiche che rivelavano la diminuzione del numero dei cristiani nel nostro occidente, ma constatando il venir meno della passione, della convinzione da parte di molti battezzati che pur continuavano a dirsi cristiani e magari confessavano un’appartenenza alla chiesa.

Ormai anziano, sono anch’io tentato di pormi questa domanda, e per l’evidenza delle stesse ragioni. Raramente, infatti, trovo cristiani che nutrono una passione per Gesù Cristo, per il Vangelo, e sono davvero convinti non solo che Gesù possa essere una risposta alle loro domande di senso della vita, ma sia la loro vita, il loro futuro. È vero, oggi si può constatare tra i cristiani una ricerca di vita spirituale o interiore molto intensa, forse più intensa di ieri. Ma sovente si tratta di una spiritualità che si nutre di una certa credenza in Dio, di una ricerca di benessere interiore, e attende non il Regno che viene, non Gesù Cristo, ma un insegnamento etico per vivere meglio, una didascalia antropologica che consenta di trovare pace, armonia in sé e con gli altri.

Così il messaggio di Gesù è svuotato e ridotto a una spiritualità raffinata ma senza la grazia, a una via di auto-salvezza. Chi cita ancora la parola di Gesù: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mc 8,35)? Proprio per questo viene a mancare la passione, che è un’esperienza più che un sentimento, un’esperienza in grado di destare vita nella nostra vita. Se c’è questa passione, allora ci sarà anche la gioia di essere cristiani, di poter vivere insieme a Gesù Cristo, di poterci sentire fratelli e sorelle nella comunità dei discepoli del Signore.

L’esperienza cristiana è molto più del vivere una spiritualità che, come vita interiore, tutti gli esseri umani possono fare. Sono numerosi oggi quelli che sembrano abbagliati dall’attenzione di molti battezzati alla “spiritualità”; ma se poi si indaga a fondo, si scopre che costoro non sono impegnati in una “vita spirituale”, cioè animata dallo Spirito santo, dunque vita in Cristo, ma piuttosto in cammini di interiorità scaturiti dalle diverse sapienze umane. Purtroppo anche tanti autori, vere star della spiritualità che si dicono cattolici, in realtà insegnano solo un’etica terapeutica. La fede cristiana non può essere ridotta a una via per “diventare personalmente migliori”, ma deve restare una comunicazione di vita, una grazia che giustifica l’esistenza di ciascuno e la rende gioiosa. La gioia del Vangelo è gioia della fede!

Benedetto XVI ha ricordato con forza che “all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì un evento, l’incontro con una persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò un orientamento definitivo” (Enciclica Deus caritas est 1, 25 dicembre 2005). Nell’incontro con Gesù Cristo si è generati come amanti, come persona la cui passione è veramente amare più lui che il padre, la madre e persino la propria vita (cf. Lc 14,26; Mt 10,37), è veramente conoscere la profondità e l’ampiezza dell’amore. E si faccia attenzione: non mi riferisco a un amore mistico, semplicemente di desiderio, ma all’amore che conosce la gratuità dell’amore di Dio, sempre preveniente e mai da meritarsi.

Allora pregare è una festa, celebrare la liturgia è una festa, leggere le scritture ascoltando la parola è una festa, una beatitudine. Siamo dunque gli ultimi cristiani? Dobbiamo rassegnarci a vivere in comunità dove manca il fuoco, quel fuoco che Gesù volle portare sulla terra e desiderò tanto vedere ardere (cf. Lc 12,49)? Siamo stati incapaci di trasmettere quella passione che rende la fede contagiosa? A volte mi dico che la durezza di cuore è meglio della tiepidezza… In ogni caso, credo che queste domande e soprattutto questa ricerca di un’intensa passione per Cristo non possano essere evase o tralasciate con sufficienza.

Pubblicato su: Jesus