Maria Vingiani – Fondatrice del “Segretariato Attività Ecumeniche”- intervista

Intervista di Brunetto Salvarani
Maria Vingiani è morta il 17 gennaio dopo una lunga vita (1921-2020). La ricordiamo con una intervista inedita rilasciata al teologo B. Salvarani nel 2007, quando Maria Vingiani abitava ancora a Roma. Il card. G. Bassetti, presidente della conferenza episcopale italiana l’ha qualificata come “testimone appassionato del cammino ecumenico”.

Il pastore P. Ricca l’ha riconosciuta come “maestra di ecumenismo non solo nella Chiesa cattolica, ma anche nella Chiesa evangelica”, Fondatrice e per lunghissimi anni presidente del Segretariato attività ecumeniche (SAE) ha avviato intere generazioni al dialogo fra i cristiani. Le sessioni di formazione ecumenica del SAE sono giunte alla 56ma edizione. In quel contesto è nata l’iniziativa della Giornata dell’ebraismo (il 17 gennaio, prima della settimana ecumenica, dal 18 al 25). M. Vingiani ha avuto un ruolo non marginale nell’incontro di Giovanni XXIII con lo storico ebreo Jules Isaac che ha preparato l’apertura conciliare della Nostra Aetate. L’intervista che vi proponiamo ripercorre gran parte del cammino spirituale e di colei che l’attuale presidente del SAE, Piero Stefani, indica come “pioniera del dialogo tra le Chiese cristiane”.
 
Se non ci conoscessimo da un discreto numero di anni, e se non fossi già stato qui diverse volte, ci sarebbe di che rimanere emozionati. Maria mi accoglie infatti nel suo studio, semplice ma denso di memorie pesanti: ritratti e dediche personali di Giovanni XXIII – il suo patriarca ai tempi di Venezia, poi suo papa nei primi tempi di Roma – del cardinal Bea, di Jules Isaac. Ma anche premi e riconoscimenti di ogni sorta: per la verità, questi ultimi, per nulla esibiti, quasi appesi con pudore. Il tutto, compreso l’arredamento non certo ultramoderno, crea un effetto di sobrietà, ordine e rigore che rappresenta simbolicamente una metà di Maria Vingiani, quella nordica della giovinezza; e che fa brillantemente a pugni con l’altra metà, quella meridionale, più precisamente partenopea, della nascita, testimoniata da una prorompente carica umana, dall’argine impossibile ad ogni suo racconto di vita, dal paradosso evidente di questa donna solo all’apparenza minuta, fragile eppure, in realtà, forte e gigantesca negli ideali che l’hanno mossa e che la muovono ancora.
 
Via della Cava Aurelia n.8, ad un tiro di schioppo dalle mura vaticane e dal cupolone di San Pietro, è un indirizzo dal sapore mitico per chi si occupa di dialogo, ecumenico e interreligioso: casa privata di Maria, per un verso, ma anche per lunghi anni sede nazionale del SAE (Segretariato attività ecumeniche), e luogo privilegiato di incontri, appuntamenti e rifugio di tanti protagonisti del cammino difficile dell’incontro fra le diversità. Almeno qui, per qualche tempo, magicamente riconciliate…
 
Esperienza politica a Venezia
 
– Ci racconti qualcosa di Maria prima del SAE?
 
Beh, prima della creazione del SAE ero, a Venezia, un’insegnante di lettere che amava il suo lavoro, e che si è trovata per puro caso, a poco più di trent’anni, a diventare assessore alle Belle Arti di quella splendida città piena di storia e di monumenti. Sono stata assessore dal 1956 al ’59, nella prima giunta veneziana di centro-sinistra, e sono stati anni ricchissimi di esperienze e occasioni… Ero fianco a fianco, ad esempio, con Wladimiro Dorigo, un cristiano autentico, che sarà direttore della rivista Questitalia e allora era in giunta come assessore all’Urbanistica. Mentre il poeta Diego Valeri, che era stato mio docente al tempo dell’università, mi fece arrivare un biglietto di incoraggiamento, con su scritto “Forza ai giovani!” Fra l’altro, avevo deciso di valorizzare il nostro straordinario patrimonio artistico con una serie di esposizioni in alcune fra le principali città dell’Europa orientale, in un tempo in cui il muro di Berlino era ancora ben al di là dall’essere abbattuto.
 
Rammento bene, ad esempio, il viaggio in Polonia per l’inaugurazione di una mostra di arti figurative, che mi fornì l’opportunità di capire quella realtà tremenda, da una parte, ma anche meravigliosa, dall’altra. Esprimendomi in un latino maccheronico, ho potuto conoscere molti artisti locali del tutto ignoti da noi eppure assai valenti, e scambiare con loro alcuni pareri sul senso del loro fare arte. Appartamenti squallidi, ma intrisi di cultura, di straordinaria passione per la musica: ne ricordo uno dove non c’era quasi nulla, ma erano presenti ben cinque pianoforti!
 
Ho scoperto, poi, che nessuno di loro, artisti dell’Est, conosceva Picasso, ma nonostante questo si esprimevano in un magnifico astrattismo! Io, forte della mia carica ideale, volevo approfittare di occasioni simili per portare un po’ di conforto alla chiesa locale, la chiesa del silenzio, e quindi avevo chiesto al patriarca Roncalli di scrivere un messaggio che avrei consegnato – o almeno, avrei tentato di consegnare… – al cardinal Wishinsky.
 
Di nascosto da Wishinsky
 
Era il gennaio del ‘58, e il nostro programma prevedeva una settimana di soggiorno a Varsavia e due giorni a Cracovia. Il tempo di sosta a Varsavia, però, stava esaurendosi, e io non ero riuscita in nessun modo a sganciarmi dalla ferrea ospitalità delle autorità polacche, ivi compreso il nostro interprete (in realtà, un professore di spagnolo ingaggiato nel frangente per la prossimità delle nostre due lingue). Durante l’ultimo pranzo ufficiale, dopo la rituale serie di bicchierini di wodka con cui mi inumidivo appena le labbra per evitare di star male non sopportando l’alcool, finsi di dover recarmi in bagno, e poi, in un attimo, escogitai l’estremo tentativo: in realtà mi precipitai al piano terra, uscendo verso l’automobile che ci accompagnava costantemente.
 
All’autista, stupito di vedermi da sola, non so come trovai la forza di dire, sempre nel mio latino multiuso: “Episcopium, episcopium!”. Sempre più meravigliato, non fu capace di opporsi alla mia richiesta, e intuì che intendevo recarmi dal cardinale. Arrivammo in un minuscolo cortile: qui lui mi fece cenno che, una piccola e insospettabile casetta, era la dimora di Wishinsky. Suonai, e la porta si aprì di quel tanto di fessura che bastava per inserire la mia busta: come se, quella mano che intravidi, si aspettasse il mio arrivo… Rapidissimamente, mi feci riportare al pranzo: il tutto era durato un quarto d’ora, o poco più.
 
La feci franca: o almeno credetti di averla fatta franca, dato che il nostro interprete, mentre raggiungevamo la macchina per tornare nel nostro albergo, mi disse, gelidamente: “Lei amare troppo la libertà”. Al che, risposi, lapidaria: “Più della vita”. Ed era vero! Quei viaggi mi convertirono, mi piace dir così, al valore dell’uomo…
 
Spostatici a Cracovia, c’è un altro episodio che non posso dimenticare. Durante un incontro ufficiale con le più alte autorità del Paese, in una sala che dava sulla centralissima piazza del mercato, mi venne spontaneo dire ad alta voce: “Io sono cattolica, oggi è domenica e vorrei andare a messa”. Venni quasi fulminata dallo sguardo preoccupato del mio sindaco, che temeva l’incidente diplomatico, e quanto meno la gaffe!
 
In realtà, il sindaco di Cracovia, ovviamente comunista, prese in mano la cosa, e disse: “Ma certo, allora andiamo tutti a messa! Ma… dov’è la chiesa?”. Ed io: “ Ce n’è una qui sotto, proprio al lato della piazza…”. Ci recammo tutti, come in delegazione, verso la chiesa, ma al tentativo di aprire il portone da parte di quello stesso alto funzionario, non succedeva nulla: non si apriva. Solo al terzo tentativo, capimmo che il problema stava nel fatto che la chiesa era letteralmente stipata di fedeli! Con fatica, riuscimmo finalmente ad aprire il portone, e i fedeli, stupiti alquanto dell’insolita presenza, fecero un varco, una sorta di vuoto pneumatico nel quale potemmo penetrare.
 
Quel suggerimento di Roncalli
 
Si era nell’Ottava del Natale, era la festa della circoncisione di Gesù al tempio. Il sindaco si offrì di tradurmi alla bell’e meglio quanto diceva il prete, con molto trasporto, dal pulpito: parlava di famiglia, di valori morali, del ruolo della chiesa… solo più tardi, e senza particolare emozione, almeno allora, seppi che si chiamava Karol Wojtyla! Appena sei mesi più tardi, sarebbe stato nominato vescovo ausiliare di Cracovia…
 
– Come si conclude la tua parabola politica?
 
In pratica, si conclude il giorno dell’indizione, da parte di Giovanni XXIII, del Concilio, il 25 gennaio 1959. Per me si stavano aprendo buone chanches in quell’ambito, tanto che sarei stata candidata alle successive elezioni politiche, ma decisi in breve di lasciare tutto per altre prospettive (come ebbi a dire allo stesso Roncalli). Quel Roncalli di cui mi piace ricordare un episodio in occasione del varo di una nave con un nuovo percorso, di cui ero stata chiamata a fungere da madrina in quanto assessore: la tratta inaugurata, segnale di nuovi rapporti col giovane stato d’Israele, era Venezia-Haifa.
 
Ero seduta accanto a lui, fra le autorità, e lui mi disse, piano: “Ma non sarebbe stata preferibile una tratta diretta Roma-Gerusalemme?” Beh, l’idea del concilio mi afferrò completamente, tanto che – vinte le ovvie resistenze familiari e fatta domanda per trasferire la mia cattedra d’insegnamento nel Lazio – abbandonai la carriera politica e mi recai a Roma. Il concilio valeva questa scommessa!
 
– Cos’è rimasto, oggi, di quel concilio?
 
Devo dire purtroppo che è qualcosa di importante solo per chi l’ha vissuto: credo non siamo riusciti a comunicare ciò che il concilio ha posto in essere… Al concilio sono venuti tutti – compresi gli altri cristiani, quelli che allora erano appena i fratelli separati – per affrontare insieme la modernità e il mondo che, per dir così, ci scappava di mano… La Chiesa, infatti, vive nella storia, perché Gesù ha dato la propria vita per la felicità della famiglia umana: è più importante questo legame di fondo che la vita delle istituzioni! Con il concilio il Signore ci ha fornito un’occasione unica per una straordinaria apertura, ma poi è mancata la luce…
 
Basterebbe pensare alla dinamica della prima sessione conciliare, ancora dominata dalla paura di smarrire i punti di riferimento tradizionali, che alla fine non affrontò nulla, perché si stavano toccando i nervi dell’identità cristiana, già allora. Con la seconda, ci si aprì finalmente alla speranza, e ci fu la nascita degli organismi internazionali del dialogo. In realtà, al concilio la paura e la speranza hanno convissuto.
 
Com’è noto, è stato Paolo VI a gestire il Vaticano II: uomo problematico, ha assecondato la spinta innovativa, ma poi si è registrata una fortissima reazione. Bada, non si tratta di un giudizio negativo! Probabilmente, era questo l’unico concilio possibile, nel panico che aveva creato il ciclone-Roncalli! Montini era personalmente legato a Roncalli, non avrebbe potuto tradirlo: forse, poteva essere più coraggioso… Sta di fatto che il dissenso (esiguo) di allora è diventato la maggioranza di oggi. Pensiamo alla discussione attuale sul carattere pastorale del Vaticano II, come se tutti i concili non fossero stati pastorali! La chiesa è sempre stata pastorale: oggi, però, c’è chi sta mettendo in discussione l’idea di Chiesa come “popolo di Dio”.
 
L’intollerabile mistero d’iniquità
 
– Cosa puoi dirci in merito alla novità apportata dal Concilio sulle relazioni fra cristiani ed ebrei?
 
La novità più rilevante è che, oggi, non è possibile tornare indietro rispetto ai grandi passi in avanti a partire da allora! Certo, è evidente che la collocazione del paragrafo 4 di Nostra Aetate, quello dedicato, com’è noto, alle relazioni fra ebrei e cristiani, è sbagliata, posta com’è in mezzo al discorso sulle religioni… Resta, in ogni caso, il fatto che si trattò di una svolta radicale di verità del pensiero cristiano sull’ebraismo, favorita dal ritorno alle sorgenti bibliche e, soprattutto, dall’imperativo etico al cambiamento, imposto dalla Shoà (che Jules Isaac ha definito “il mistero di iniquità”) al pensiero e alla prassi delle Chiese.
 
A partire da quel testo conciliare, possiamo affermare che è ormai storicamente e teologicamente condiviso che l’incomprensione e la separazione tra chiesa e sinagoga è stata fonte e radice di ogni altra incomprensione e divisione successiva tra i cristiani: una rottura tra i credenti nell’unico Dio di Israele e di Gesù, che ha vanificato l’opera di riconciliazione di Cristo che “dei due popoli ha fatto, in se stesso, un popolo solo” (Ef 2,14-16), con grave danno per l’identità e la missione di entrambi i popoli. Ed è biblicamente condiviso che, per quanto distinti, permane il vincolo che accomuna i due popoli – l’uno misteriosamente innestato nell’altro – e che Israele, a fondamento del cristianesimo, “la radice che ci porta” (Rm 11,18), è testimone dell’unicità di Dio, in cui è già data e ha consistenza, in Gesù ebreo, l’unità dei cristiani e delle chiese.
 
Perciò esige chiarezza e responsabilità il riconoscimento da parte delle Chiese del legame profondo essenziale, che le unisce ad Israele nell’unica alleanza; legame che non può scindersi e che costituisce il fondamento stesso dell’ecumenismo. Senza condivisione e comunione in esso, non può esserci unità tra le chiese! Certamente l’ebraismo ha qualcosa da dire e da dare all’interno del dialogo interreligioso nella sua missione di “benedizione per le nazioni”.
 
Israele: la nostra radice
 
Ma come cristiani dobbiamo fare attenzione a non perdere la coscienza del fatto che, alla luce della testimonianza biblica, Israele – come comunità di fede – rimane prioritariamente all’interno del rapporto intercristiano; le chiese lo incontrano al livello della propria identità e lo riconoscono nel rapporto di continuità delle due parti del canone cristiano. Israele stesso, infatti, provocato teologicamente dalla ricerca analoga dei cristiani alla conoscenza ebraica delle Scritture neotestamentarie, potrebbe maturare – in prospettiva – una nuova consapevolezza della sua chiamata, condividere con le chiese la radicale comunione nella fede, percorsi etici solidali e convergenza e reciprocità nel comune destino messianico.
 
Mi piace ricordare che tale impostazione, che riconosce un valore ecumenico alla riconciliazione ebraico-cristiana, è stata fatta propria dalla Conferenza episcopale italiana, che nel dicembre 1989 ha ufficialmente istituito la giornata per l’approfondimento e il dialogo con l’ebraismo, fissandola al 17 gennaio di ogni anno, proprio come introduzione all’ormai tradizionale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio).
 
– Stante la tua valutazione preoccupata, qual è, in ogni caso, a tuo parere il portato più positivo del Vaticano II?
 
Ma è proprio la riconciliazione con Israele: anzi, vorrei affermare che questa è la cosa più grande che la Chiesa ha fatto in duemila anni! Gli ebrei sono il popolo prediletto da Dio! Certo, Il concilio sta complessivamente vivendo una fase di sofferenza: su alcuni spetti che sembravano acquisiti tornano perplessità, nascono dubbi, si creano discussioni… C’è come una paura di tradurre il nuovo, e una sorta di ritorno al passato: penso, ad esempio, alla messa in latino, al sacerdote girato con le spalle al popolo, sono tendenze preoccupanti.
 
Io credo nell’azione dello Spirito… e la svolta avviata dal concilio non si può cancellare, comunque: quelli che sono nati dopo il Vaticano II sono nati e cresciuti, in ogni caso, in una chiesa diversa. La fraternità cristiana è in atto! Faccio un esempio, riferito all’importanza della preghiera in comune fra cristiani di diversa confessione: la teologia oggi rischia di impedirla, non è prevista neppure dalla Charta Oecumenica (!), ma in realtà viviamo nella storia con una preghiera comune! Come possiamo essere credibili in Europa, come cristiani, se non possiamo neppure pronunciare un Padre Nostro insieme?
 
Nonostante tutto, però, io conservo una grande fiducia! La prospettiva è di apertura, è verso l’unità e la comunione dei popoli… I semina Verbi stanno dando i loro frutti! Il cristianesimo, di fronte a questa varietà e pluralità, è chiamato a recuperare la propria radicalità, e la propria radice. Non dobbiamo avere paura del dialogo interreligioso, sia sul piano culturale sia su quello squisitamente teologico! Cristo è venuto per tutti!
 
Essere donna
 
– Cosa pensi del cosiddetto “ scontro di civiltà”, oggi così discusso?
 
Lo scontro di civiltà? Ma non esiste, in realtà! L’hanno letteralmente inventato i Pera e i Ferrara, che non hanno alcuna voglia di mettersi realmente in ascolto degli altri, i quali sono ritenuti solo dei nemici! Forse è arrivato troppo all’improvviso, questo movimento biblico di masse che si spostano, non lo prevedevamo… Ma il mondo va verso un unico destino di comunionalità. La gente si sposta mossa da una speranza, da una fiducia, quella di migliorare le proprie condizioni di vita… e non possiamo far finta di nulla!
 
Vedi io sono – al contrario di quanto di potrebbe immaginare – una realista, non una utopista! Me l’ha insegnato la vita stessa: in famiglia eravamo dieci tra fratelli e sorelle, con loro ho conosciuto il girovagare di città in città (mio padre, sincero antifascista, era funzionario dell’Arsenale). Nata a Castellammare di Stabia, presso Napoli, poi siamo passati a Taranto e quindi a Venezia (dove ero la terrona…) La mia vita mi ha portato sempre oltre, e non ho mai conosciuto la tranquillità di una vita normale! Ho appreso che si può vincere ogni difficoltà, e che il dialogo è sempre uno strumento formidabile…
 
– Quanto ha pesato, il tuo essere donna, nel tuo itinerario umano e professionale?
 
Non ti nascondo che l’essere donna non mi ha certo aiutato, anzi! Le diffidenze non sono mancate da parte dell’ufficialità ecclesiastica, ma non solo… C’è un aneddoto legato alla mia carica di assessore alle Belle Arti a Venezia (già quando mi decisi a richiedere un assessorato del genere, mi dissero: ma sei matta? Perché gli assessorati femminili per eccellenza sono le politiche sociali o quelle sanitarie). Venni a sapere che, alla notizia della mia nomina, il professor Zampetti, illustre direttore generale delle Belle Arti, esclamò: “ci mandano una ragazzina”.
 
Per spiegarti il livello di considerazione di quello che Giovanni Paolo II chiamerà il genio femminile, ti dico – senza commenti – l’ipotesi ecumenica che mi espose il patriarca Urbani, successore di Roncalli nella città dei dogi e al tempo presidente della CEI: secondo cui sarebbe bastato recuperare delle ragazze cattoliche disposte a sposare mariti protestanti e capaci di far firmare loro l’assicurazione per cui i figli che sarebbero nati sarebbero stati educati alla fede cattolica… quello stesso Urbani, peraltro, che nel 1968, ai tempi delle sessioni del SAE a Camaldoli, del tutto pionieristiche, mi fece giungere una busta chiusa con centomila lire…
 
Ecumenismo: è solo l’aurora
 
– Come vedi il futuro del dialogo, dall’alto della tua lunga esperienza nel campo?
 
Beh, in primo luogo contro il dialogo si pone oggi tutta questa mania identitaria (quando la sua identità non è certo il problema fondamentale della Chiesa cattolica). Sul piano ecumenico, con ortodossi e protestanti, occorrerebbe andare oltre il piano teologico, che certo ha fatto dei passi in avanti: ora occorrerebbe vivere il vangelo assieme… lavorare per la pace, la giustizia, la salvaguardia del creato, che non è sociologia ma vangelo! Mi pare che dovremmo investire sul piano dell’etica, in chiave di azione e di testimonianza… con un rischio, però: che cattolici e ortodossi si alleino, di fatto, in qualche modo contro i protestanti, per una sorta di patto contro la modernità!
 
Se a Basilea (dove si tenne prima assemblea ecumenica europea) e poi a Graz (sede della seconda), ancor più, siamo arrivati a delle “raccomandazioni”, ora si devono compiere dei passi ulteriori, a Sibiu (celebrata a settembre 2007). Sibiu potrà rappresentare un’occasione importante per conoscere meglio il variegato mondo dell’ortodossia (pensiamo, ad esempio, all’aumento esponenziale dei romeni immigrati in Italia), ma se non si riuscirà finalmente a decidere assieme, sarà difficile avanzare realmente! Perché, in ogni caso, non siamo più come prima: il mondo è cambiato, la chiesa è cambiata…e definitivamente!