ENZO BIANCHI intervento finale di Fr. Goffredo Boselli

Congedo da Enzo
Mi faccio, in questo momento, voce dei miei fratelli e delle mie sorelle di Casa della Madia, dei fratelli di Cellole e delle a noi sempre care sorelle di Cumiana, e di tutti voi qui presenti che avete voluto bene a Enzo. E con voi anche delle tante persone che in questi giorni si sono fatte vicine nel nostro dolore e hanno pianto con noi la sua morte.
Caro Enzo, mi rivolgo a te perché hai sempre detto che il vero celebrante delle esequie, chi le presiede è il morto e non altri. Sì, sei tu che, con la tua vita e la tua morte, oggi ci ha convocati qui ad ascoltare le Scritture e a spezzare il pane. Ci hai chiamati a questa eucaristia che noi abbiamo celebrato ancora in sacramento e tu, invece come realtà, perché con la morte hai portato a compimento la tua Pasqua, il tuo passaggio, l’esodo definitivo da questo mondo al Padre.
Ora sei davanti al volto del Signore Gesù, quel volto che hai tanto amato e cercato e adesso lo contempli a viso scoperto. Negli ultimi giorni ripetevi spesso in latino il versetto del salmo: “Et non intres in judicium cum servo tuo….” (Sal 142,2), non entrare in giudizio con il tuo servo. Giunto sulla soglia, ricordavi a te e a noi che nessuno può presentarsi davanti al Signore esibendo le proprie opere o la propria giustizia. Davanti a lui resta solo la condizione del servo che chiede soltanto di essere giudicato nella misericordia.
E noi che abbiamo vissuto con te, con te oggi celebriamo la tua Pasqua.
Noi che ti abbiamo conosciuto, seguito, ascoltato e amato celebriamo oggi la tua vita. Una vita incredibilmente piena, intensa, ricca di esperienze, di incontri, di amicizie, di passioni, di attività, di idee, vissuta con tutte le tue forze fino alla fine. Una vita profondamente segnata dalla fede, sei stato un cristiano dalla fede rocciosa, forte, salda ma non intransigente, una fede pensata, consapevole, capace di lasciarsi inquietare e interrogare. Una vita segnata dalla vocazione alla vita monastica alla quale eri visceralmente legato, perché trovavi in essa la tua identità più autentica e unica. Una vita segnata dalla centralità della parola di Dio e dall’amore per l’Evangelo, “l’Evangelo che è Gesù Cristo e Gesù Cristo che è il l’Evangelo”, amavi ripetere. La parola di Dio quotidianamente scrutata, ruminata nella lectio divina e annunciata con l’instancabile predicazione che è stata la tua principale passione per tutta la vita. All’inizio di ogni lectio, hai sempre detto che eri solo un servo, una voce che voleva essere solo eco della Parola. In nome dell’Evangelo hai giudicato le situazioni ecclesiali, comunitarie, sociali con lo spirito del profeta, in libertà e parresia. Spesso ne hai pagato il prezzo ma mai hai taciuto e ti sei tirato indietro. La tua è stata una vita profondamente umana, umanissima, segnata dalla radicata passione per l’umano. Tu la vita l’hai amata in tutto ciò che essa può offrire. Hai amato anzitutto la terra, i suoi prodotti, i frutti, il tuo amato orto. L’amore viscerale per la tua terra, il Monferrato, nella quale sei voluto tornare come al grembo della madre. L’amore per la vite che dicevi essere “la spina dorsale di noi monferrini”, il buon cibo, il vino, la condivisione e la sacralità della tavola con gli amici. Il cucinare per gli altri è stata la tua più grande soddisfazione; “la cosa che so fare meglio”, dicevi e avevi ragione.
La tua profonda umanità ti rendeva capace di empatia e compassione grande, ma anche di forte collera e profonda indignazione per ciò che non tolleravi. Tutti abbiamo conosciuto la tua personalità carismatica, passionale e fortemente determinata. Il tuo temperamento forte e paterno, è stato in grado di aggregare tante persone attorno a progetti comunitari, di esercitare una notevole capacità di guida e di esprimere le tue posizioni con franchezza, convinzione e autorevolezza. La tua sensibilità è stata segnata da un costante
impulso al confronto aperto con credenti e non credenti, fondato sull’ascolto e sulla centralità delle relazioni umane. Il tuo contributo alla cultura contemporanea ha travalicato i confini ecclesiali, configurandosi come un’opera di profonda mediazione tra la tradizione biblico-sapienziale, la società civile e la cultura laica.
Ma l’opera della tua vita è stata una: Bose. Attorno alla centralità della parola di Dio hai costruito una vita comune, hai creato e plasmato Bose, che senza di te non sarebbe esistita. È ormai riconosciuto che l’esperienza di Bose ha rappresentato una delle forme più significative e incisive di rinnovamento del monachesimo contemporaneo. Bose è stata la rifondazione del monachesimo post-conciliare, un monachesimo laicale ed ecumenico, fatto da uomini e donne, ospitale, nella compagnia degli uomini e in dialogo con la contemporaneità. L’esperienza di Bose ha mostrato come la tradizione monastica possa parlare alla contemporaneità senza isolarsi, facendosi luogo di accoglienza, riflessione critica e confronto aperto con le arti, la letteratura e i linguaggi del mondo moderno.
Guidata da te Bose ha plasmato una generazione di credenti, ha offerto un’interpretazione altra del cristianesimo, ha inciso nella vita ecclesiale come in quella culturale anche oltre i confini del nostro paese. Un’esperienza profetica che hai voluto andasse alle fonti del monachesimo delle origini dei tuoi amatissimi Pacomio e Basilio, un monachesimo pre-benedettino: Un monachesimo fatto da semplici battezzati, spogliato dalle incrostazioni religiose e clericali. Amavi ripetere le parole di Pacomio: “Siamo soltanto semplici laici…”, e hai vissuto come un tradimento della tua intenzione originaria quando hai visto la tua creatura diventare una comunità di religiosi.
L’amore per Bose è stato la cifra della tua vita ma anche la tua sofferenza più atroce, perché quando si dona la vita per far nascere una creatura, non si riesce più a distinguere il proprio cuore dalla carne di quella creatura. E sappiamo quanto hai faticato! Bose non è stata per te la semplice comunità di cui sei stato il fondatore, è stata in qualche modo il tuo corpo spirituale, la tua paternità sofferta, la tua stessa vita unita alle vite di chi hai radunato come fratelli e sorelle in una stessa vita comune.
Ed è proprio qui che l’amore si è fatto anche condanna: quando la paternità è costretta ad attraversare la spogliazione, il silenzio, il distacco e l’incomprensione. Hai conosciuto la prova esistenziale più profonda, il dolore di chi è stato ingiustamente costretto ad allontanarsi da ciò che ha generato a prezzo di ogni energia, vivendo la profonda ingiustizia di non sapere le ragioni, le cause, gli atti concreti pur chiedendoli con insistenza. In quell’ora hai conosciuto il tradimento del tuo discepolo eletto e di altri con lui, l’infedeltà di molti di quei fratelli e sorelle con i quali avevi stretto alleanza, l’opportunismo chi agiva per ottenere posizioni e vantaggi personali, la malvagità di chi non hai esitato a chiamare “aguzzino”. Hai conosciuto l’abbandono di chi pensavi esserti amico anche tra preti e vescovi come tra laici. Hai conosciuto il volto crudele che la chiesa sa assumere quando da madre diventa matrigna: prima che con te l’ha fatto con molti altri tra i suoi migliori figli. La storia ne trarrà lezione sulle grandi difficoltà irrisolte della chiesa nel gestire la successione e la paternità spirituale senza spezzare il legame con l’intuizione originaria.
Ma quella è stata anche l’ora di rivelazione dell’amicizia fedele della stragrande maggioranza della gente che non ti ha mai abbandonato: è stata l’ora della fedeltà, della gratitudine, della consolazione. Balsamo sulle tue ferite sono state le parole che papa Francesco ti ha rivolto nell’incontro del 16 dicembre 2023: “Enzo, ti chiedo perdono. Quello che ti hanno fatto è stata una carognata”. Io ero presente ed ho ascoltato queste parole e quelle con le quali Francesco ti ha espresso stima e affetto, benedicendo e incoraggiando la vita comune alla Casa della Madia. Da quel giorno sei come rinato.
L’ingiusto allontanamento da Bose non è stata la tua rovina ma il sigillo evangelico alla tua vita, quella croce che sola può inverare un’esistenza vissuta nella fedeltà alla sequela di Gesù Cristo, consegnandoti alla nuda verità della fede. Senza la cacciata da Bose la tua vita avrebbe portato i tratti ambigui del consenso ecclesiale, del successo mondano, del prestigio istituzionale, finendo per rischiare di smussare la radicalità di quell’Evangelo annunciato per una vita intera con parresia. La vera paternità spirituale non si misura sulla continuità delle strutture o sulla salvaguardia di un ruolo, ma sulla capacità di abitare l’abbandono senza lasciarsi avvelenare dal risentimento. Chi ha decretato l’allontanamento intendeva ridimensionare un’eredità e chiudere una stagione; in realtà, ha garantito la limpidezza profetica della tua vita di fronte alla storia e di fronte a Dio. La distanza fisica da Bose non è stata una sconfitta ma una fecondità d’altro tipo. Accettando di essere strappato da ciò che avevi generato hai vissuto a caro prezzo la forma più alta della paternità spirituale. Mosso da questa paternità nei giorni prima del ricovero in ospedale tu hai fatto il primo passo scrivendo ai fratelli e alle sorelle di Bose per chiedere la riconciliazione e l’incontro. Ma la morte non lo ha permesso nei tempi e nei modi che tu avresti desiderato. Sta ora a noi, tuoi figli e figlie spirituali – e lo dico ai monaci e alle monache di Bose qui presenti –, portare a termine questo tuo desiderio. È l’evangelo che ce lo chiede e nient’altro che l’Evangelo.
A quasi ottant’anni hai fatto con noi la tua ultima follia: hai voluto e accompagnato la nascita della Casa della Madia. Dopo aver posto mano all’aratro, insieme a te non ci siamo voltati indietro, ma siamo restati fedeli alla nostra vocazione monastica fino alla fine. Nel memorabile discorso che hai fatto all’inaugurazione di Casa della Madia, un vero testamento spirituale, hai detto:
“Io credo che si possa ricominciare, si debba ricominciare anche al tramonto della vita, finché si vive”. E continuavi: “Siamo monaci perché viviamo il celibato, siamo cenobiti perché viviamo stabilmente in comunità, siamo monaci perché camminiamo gli uni con gli altri in una vita nella quale il lavoro è essenziale come per tutti gli umani, in modo da guadagnarci il pane, siamo fratelli e sorelle di tutti quelli che vogliono uno spazio di libertà, di dialogo, di ospitalità culturale, di accoglienza… Non sono parole: questo abbiamo vissuto per più di cinquant’anni e riprendiamo a viverlo oggi, qui”. La tua è stata una vita a servizio alle chiese. L’unità visibile della chiese cristiane l’hai desiderata con tutte le forze, ci hai creduto, hai lavorato intensamente per una vita intera per il dialogo tra cattolici, ortodossi e riformati. Con l’esperienza ecumenica di Bose hai mostrato che una vita comune tra cristiani di diverse confessioni è possibile, restando ciascuno fedele alla chiesa che lo ha generato. Negli ultimi anni ti abbiamo più volte sentito dichiarare in occasioni pubbliche e private: “Sono profondamente grato alla chiesa cattolica che mi ha generato alla fede, ma respiro la fede di una chiesa che è gi unita. Una chiesa che è l’unica chiesa di Cristo. Una chiesa che trascende le diverse chiese”. Hai vissuto e sei morto con lo spirito oltre i confini confessionali. Quando sei stato ricoverato in ospedale lo scorso 9 agosto, mi hai detto: “Sento che questa volta è giunta la mia ora: sono nella pace”. È così è stato fino al giorno della tua morte. Sei morto come muore un cristiano, hai vissuto la tua morte, hai ricevuto l’eucaristia come viatico per l’ultimo pellegrinaggio. A noi fratelli e sorelle della Madia che ti siamo stati vicini giorno e notte in queste ultime settimane, con parole, silenzi, sguardi, gesti e segni hai trasmesso il senso non della fine di una vita ma del compimento di un’esistenza. La tua ultima omelia è stata nella notte della Trasfigurazione, il mistero di Cristo a te più caro e caro noi monaci. Pochi giorni prima del ricovero hai concluso la tua autobiografia che sarà pubblicata a breve dalla casa editrice a te cara, Einaudi, con il titolo La vita si fa in tanti. Ci hai sempre detto che saresti morto nel mese di settembre e così è avvenuto, mentre qui nel tuo amato Monferrato si vendemmia. Sì, sei morto nei giorni di vendemmia: i tralci hanno dato il loro frutto, e per te non poteva esserci tempo più fedele. Morire in settembre, per un figlio di questa terra monferrina non è un congedo improvviso, ma il compimento di un’attesa. È l’ora in cui la fatica di un’intera stagione trova finalmente il suo riposo e la sua forma più vera nel grappolo maturo.
La vendemmia è un mistero di gratitudine e di offerta. Tu, che hai tanto amato la terra, i suoi ritmi, la concretezza del lavoro e la pienezza delle stagioni, sei stato come una vigna piantata su queste colline e coltivata con passione. Ora che il tempo della mietitura è giunto, comprendiamo che la tua morte non è una privazione, ma un raccolto. La tua vita non viene spezzata, ma vendemmiata; viene raccolta dalle mani di Dio come si prendono i frutti maturi dalla vite. C’è una bellezza antica e consolante nel far coincidere il tuo ultimo respiro con il momento in cui i filari del Monferrato si svuotano per riempire i tini. Il grappolo non vive per sé stesso: deve essere raccolto, deve passare attraverso la torchiatura per diventare vino, per farsi dono, tavola, festa e consolazione per gli altri. C’è tutta la tua parabola in questa immagine essenziale, umana e spirituale. La tua parola, la tua ricerca instancabile di comunione, l’ospitalità che hai offerto a chiunque varcasse la tua soglia: tutto questo è stato il succo dolce e forte che hai lasciato maturare anno dopo anno, senza risparmiarti.
Morire nei giorni di vendemmia significa ricordarci che la vita non si misura sulla lunghezza della stagione, ma sulla qualità del frutto che lascia in eredità. Tu ci lasci un grappolo colmo di sapienza, di amicizia e di umanità. Oggi la tua terra amata ti riaccoglie nel suo grembo, mentre il profumo del mosto sale dalle cantine di queste colline come un incenso silenzioso. Sei ritornato a casa nel tempo dell’abbondanza, e il vino buono della tua eredità spirituale continuerà a nutrire, consolare e scaldare i nostri giorni nel tuo ricordo.
Enzo, continua a camminare davanti a noi nel Regno, come hai fatto qui in terra, tu che sei stato per tutti noi padre, maestro, guida spirituale, amico e compagno di strada. Insegnaci ancora a scorgere la luce dell’Evangelo nelle pieghe della storia, a custodire l’ospitalità e la convivialità come un sacramento e a non temere mai la parresia della verità, qualunque sia il prezzo da pagare. Custodisci da lassù il tuo piccolo gregge di Casa della Madia, i fratelli di Cellole, le sorelle di Cumiana e tutti coloro che hanno condiviso con te il pane, le fatiche e la speranza. Continua a intercedere per quella chiesa che hai amato con viscere di padre, soffrendo per le sue ferite senza mai smettere di credere nella sua bellezza originaria. Come il profeta Elia al discepolo Eliseo, lasci a noi il tuo mantello, lasci a noi una parte del tuo spirito che animato la tua vita.
E ora che il tempo della fatica è terminato e la vendemmia della tua vita si è fatta eterno rendimento di grazie, siediti alla tavola del Regno che il Padre ha preparato per i suoi servi. Gusta finalmente quel vino nuovo, spremuto dai frutti maturi di un’esistenza consumata per amore e donata fino all’ultimo respiro. Nessun dolore, nessuna ingiustizia, nessuna incomprensione, nessun tradimento potrà più scalfire la pace che ora ti avvolge e ti custode.
Di te noi oggi diciamo quello che il Libro della Sapienza narra dei giusti:
“I giusti che muoiono sono nella mano di Dio
nessun tormento può colpirli. (…)
Se agli uomini sono sembrati tribolati
essi hanno sperato in una vita senza fine:
dopo una breve sofferenza ricevono una grande ricompensa.
Il Signore li ha messi alla prova li ha trovati degni di sé li ha purificati come oro nel crogiolo li ha accolti come un’offerta perfetta.
Nel giorno del giudizio risplenderanno danzeranno come scintille di fuoco…
Chi crede nel Signore comprenderà la verità
chi è saldo nell’amore dimorerà presso di lui perché grazia e misericordia sono per i suoi amici.
Enzo, riposa nello sguardo del Risorto, quel volto che hai tanto cercato, scrutato e amato, e che ora contempli a viso scoperto per sempre.
Va’, caro Enzo, entra nella gioia del tuo Signore.
Fr. Goffredo Boselli,
Priore della Fraternità monastica della Madia
Chiesa del Sacro Cuore di Gesù e Nostra Signora Assunta Castel Boglione, 3 settembre 2026