Nessun profumo vale l'odore di quel fuoco

Omelia della Trasfigurazione

6 agosto 2015
Omelia di ENZO BIANCHI
Professione monastica definitiva di sr. Anna Chiara, sr. Silvia e fr. Giandomenico

Carissimo padre e vescovo Romano,
cari fratelli e sorelle,
amici e ospiti,

eccoci nella veglia, che è sempre preghiera e attesa, per confessare la nostra fede nel Signore Gesù Cristo. In questa santa notte noi ricordiamo il mistero della sua trasfigurazione, perché è stato ed è per noi una rivelazione della sua identità, della sua missione, del suo essere per noi Signore e Dio Gesù Cristo.

È la festa di tutta la chiesa, di tutte le chiese, anche se resta vero che soprattutto i monaci di oriente e di occidente la celebrano nella notte con particolare convinzione e spirito dossologico. Dall’inizio della nostra vita abbiamo cominciato a celebrarla, e oggi è la cinquantesima volta che questa festa ci riunisce qui, ci rinsalda, ci profetizza quel processo che avviene nelle nostre povere vite senza che noi ce ne accorgiamo: il volto del Signore Gesù Cristo, che noi cerchiamo, adoriamo, contempliamo, a poco a poco trasfigura le nostre vite, i nostri giorni e anche i nostri volti. Lo dice l’Apostolo: “Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, siamo trasfigurati. Siamo trasformati (metamorphoúmetha), di gloria in gloria, in quella medesima immagine, attraverso l’azione del Signore che è Spirito santo” (2Cor 3,18). Le nostre povere vite restano ai nostri occhi magari delle vite misere, vite che conoscono la debolezza, il peccato e tanti fallimenti, e tuttavia la grazia del Signore lavora in noi nonostante le nostre contraddizioni e ci conforma, ci trasforma sempre di più, all’immagine di Gesù, il Figlio dell’uomo e il Figlio di Dio proclamato dal Padre.

Il Vangelo, il Vangelo sia ora da noi letto e ascoltato come parola del Signore per tutta l’assemblea, per tutta la comunità e per ciascuno di noi. Con puntuale obbedienza, senza cercare altro, senza cercare novità, ancora una volta ascoltiamo lo stesso mistero, cercando di trovare in questa pagina della trasfigurazione “cose antiche e cose nuove” (cf. Mt 13,52). Quando avviene nella vita di Gesù questo evento della trasfigurazione? In un momento cruciale, dopo che egli ha fatto il primo annuncio della sua passione, morte e resurrezione (cf. Mc 8,31). Di fronte a questo annuncio c’è stata una reazione profondamente sdegnata di Pietro, che qui parla a nome di tutta la comunità (cf. Mc 8,32). Tra Gesù e i suoi c’è un’incomprensione radicale, al punto che egli è costretto a chiamare Pietro “Satana” e a dirgli: “Va’ dietro a me!”, cioè: “Non diventare un ostacolo tra me e la realizzazione della volontà di Dio!”. E poi Gesù tenta di spiegare a Pietro: “Tu ragioni secondo gli uomini, con pensieri mondani, senza fede autentica, senza comprensione vera dell’identità del Messia” (cf. Mc 8,33).

Gesù non può fare altro che reagire, chiamando allora anche la folla ad ascoltarlo, insieme alla sua comunità, e affermando chiaramente le condizioni necessarie per seguirlo, tutte riassunte nelle parole: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso”, cioè smetta di pensare solo a se stesso, smetta di riconoscere solo se stesso, ma piuttosto “prenda la sua croce”, cioè lo strumento della propria esecuzione che è il suo, “e mi segua” (Mc 8,34). Parole chiare, che di fatto ci sono state dette nell’ora del nostro battesimo, ma che prendono tutto lo spazio della decisione della sequela. Ciascuno di noi sa che questa è la necessitas per la vita cristiana, dunque anche per la vita monastica, che è solo vita cristiana, vita battesimale in cui lo Spirito santo porta a compimento la vocazione data; e sa che se non si è capaci di dire “sì”, “amen” a questa condizione posta da Gesù, allora non si è capaci di fare vita monastica.

Proprio in questa situazione di discernimento, Gesù decide una rivelazione di se stesso ai discepoli più vicini a sé, ma – non dimentichiamolo – anche i più contestatori della sua missione e soprattutto del suo stile: Pietro, che non comprende mai Gesù e lo contesta più volte, e Giacomo e Giovanni, “i figli della tempesta” (Mc 3,17), come Gesù li chiamava, i quali mostravano sovente di avere uno spirito in forte contraddizione con quello di Gesù. Egli vuol fare comprendere loro che proprio un Messia così differente dalle loro attese, un Messia che io amo definire “Messia al contrario”, è l’inviato autentico di Dio.

Ed ecco il racconto della trasfigurazione. Marco, volendo accostare questo evento a quello vissuto da Mosè quando salì sul monte Sinai per incontrare Dio (cf. Es 19,20; 24,15-18), ricorre all’espressione “dopo sei giorni”. Certo, dopo sei giorni dalla confessione di Pietro, che aveva detto a Gesù: “Tu sei il Cristo” (Mc 8,31), ma in una comprensione non autentica secondo l’evangelista, per cui Gesù aveva ricevuto quelle parole in silenzio, senza confermarle; ma soprattutto dopo sei giorni dalla salita di Mosè al Sinai, quando Mosè incontro il Signore faccia a faccia… Dunque i tre discepoli sono portati da Gesù sul monte per vedere la gloria di Dio. E mentre essi sono sul monte, mentre sono “in disparte”, “Gesù si trasfigurò davanti a loro”, si trasformò (metemorphóthe), divenne altro da come lo avevano visto fino ad allora. Questo mutamento di forma non è stato facile da descrivere, perché è il mai visto, il mai detto, il mai raccontato, e quando Marco tenta di dare una certa descrizione di Gesù trasfigurato è consapevole che gli mancano le parole. Avrebbe potuto dire che Gesù trasfigurato appariva come il sommo sacerdote Simone, che uscendo dal tempio “era rivestito di perfetto splendore, indossando paramenti gloriosi” (Sir 50,11); e invece Marco insiste che sono le vesti quotidiane di Gesù che “divennero splendenti, bianchissime”, al punto che “nessun lavandaio sulla terra avrebbe potuto renderle così bianche”. Gesù splende come i giusti, quei giusti che risplendono come il sole nel Regno, dicevano le Scritture (cf. Mt 13,43; Dn 12,3); ma quello splendore non è frutto di uno sforzo umano – di un lavandaio! –, bensì è dovuto soltanto all’azione di Dio. Certo, questa espressione è un po’ rozza, appartiene a un linguaggio che ci appare indegno della descrizione di un mistero così grande, ma Marco, qui come sempre, preferisce attenersi al linguaggio del quotidiano, senza retorica e senza trovate intellettuali.

In questo splendore ecco apparire accanto a Gesù Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti, due uomini che non erano morti ma erano stati rapiti in cielo da Dio (cf. Dt 34,5-6; 2Re 2,11). Essi parlano con Gesù, e Luca preciserà che “parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme” (Lc 9,31), cioè parlavano con lui della sua passione, morte e resurrezione. Questa la rivelazione: Gesù al centro e Mosè ed Elia ai suoi lati come testimoni, visione che rivela l’identità di Gesù. Ma Pietro non comprende e reagisce: chiama Gesù “rabbi, maestro”, mostrando la sua non fede in lui, visto che lo definisce esattamente come Giuda nell’ora del tradimento (cf. Mc 14,45). Pietro non crede e gli dice la sua disponibilità a fare tre tende, una per Gesù, una per Mosè e una per Elia. Ecco il Messia che Pietro vuole e che gli è apparso nella gloria, un Messia senza croce e senza morte. Marco commenta: “Non sapeva quel che diceva, perché erano spaventati”, cioè non riuscivano più a capire Gesù…

In quel momento “venne una nube”, il segno della Shekinah, della Presenza di Dio, “e dalla nube uscì una voce: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltate lui!’”. È Dio stesso, il Padre, che interviene, dicendo: “Questi, Gesù, quest’uomo di Nazaret, è mio Figlio, è l’amato”. Ecco la vera identità di Gesù, che si definiva Figlio dell’uomo, ma che il Padre proclama Figlio di Dio. Ma ciò che sorprende è soprattutto il comando che Dio dà ai tre discepoli testimoni, e attraverso di loro a tutti i discepoli di Gesù: “Ascoltate lui!”. Accanto a Gesù ci sono la Legge (Mosè) e i Profeti (Elia), ai quali dovrebbe andare l’ascolto del credente; d’altronde lo “Shema‘ Jisra’el” (Dt 6,4) significava ascolto della Torah di Mosè. E invece qui si dice: “Ascoltate lui!”; ovvero, non c’è da ascoltare Mosè ed Elia, ma Gesù e soltanto Gesù! E se si ascoltano Mosè ed Elia, si ascoltano quali testimoni di Gesù: non sono da ascoltare sul medesimo piano, perché Gesù compie la Legge e sigilla la profezia, ne diventa l’ermeneuta unico per sempre. Proprio Gesù di fatto giudica lo “sta scritto” in Mosè e in Elia, nella Torah e nei Profeti, giudica, discerne e si mostra Kýrios, Signore della Legge e sulla profezia. Legge e profezia sono solo testimonianza per Gesù, il Figlio dell’uomo, il Figlio amato del Padre. Mosè ed Elia erano servi di Dio, ormai sono servi di Gesù, servi del Messia; Mosè ha dato la Legge, Gesù ci ha dato la grazia e la verità, l’amore e la fedeltà (cf. Gv 1,17)! Mosè doveva essere ascoltato insieme ai Profeti, per essere condotti a Cristo, ma venuto il Cristo è lui che deve essere ascoltato, il suo Vangelo, la sua buona notizia, perché Gesù è il Vangelo e il Vangelo è Gesù e solo Gesù Cristo. Ecco perché Marco conclude il racconto dell’evento annotando: “ed essi, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro”. Non ci sono più Mosè ed Elia, c’è Gesù solo, a cui va l’ascolto, un Gesù che è il Figlio amato di Dio e che è “con loro”, è veramente “il Dio-con-noi, l’Emmanuele” (Mt 1,24; Is 7,14).

Non abbiamo altro da dire su questa pagina, se non ribadire cosa ci insegna: che Gesù è il Vangelo e il Vangelo è Gesù, che noi dobbiamo ascoltare e vivere solo il Vangelo. Abbiamo certamente bisogno di leggere Mosè ed Elia, così come abbiamo bisogno, per la nostra vita comune, di leggere le regole monastiche; ma ciò che dobbiamo ascoltare è il Vangelo, è Gesù Cristo. La nostra regola lo dice fin dall’inizio: “Fratello, sorella, il Vangelo sarà la regola, assoluta e suprema. Tu sei entrato in comunità per seguire Gesù. La tua vita si ispirerà alla vita di Gesù descritta e predicata nel Vangelo” (RBo 3). Ma noi dobbiamo sempre ricordare l’uno e l’altro: Gesù, Gesù e il Vangelo! Questa centralità, questa egemonia, questo primato – chiamatelo come volete – del Vangelo sulla nostra vita non ha però solo un significativo uditivo (“Bisogna ascoltare Gesù e il suo Vangelo”), ma deve essere operante quotidianamente nel nostro vivere, nel nostro fare, nel nostro sentire. Altrimenti siamo degli ipocriti, e la falsità ci impedisce di conoscere il Signore. Il peccato, la contraddizione non ce lo impediscono, anzi ci fanno conoscere di più la misericordia del Signore; ma l’ipocrisia in realtà indurisce i nostri cuori e li rende totalmente estranei al Signore, il quale si ritira davanti all’ipocrita, perché non ha nulla da dire a chi è ipocrita nella sua vita.

È con questa convinzione che questa sera due sorelle e un fratello emettono la loro professione monastica definitiva, celebrando l’alleanza con noi, in una comunità che vorrebbe, vorrebbe, tenta, tenta di essere sequela e ascolto di Gesù, del Gesù come lo troviamo nel Vangelo. Lo ripetiamo sempre, ma quest’anno vorrei dire a tutta la comunità un’ulteriore, semplicissima verità: nessuno può impedire ai fratelli e alle sorelle che sono nella nostra comunità di vivere il Vangelo. E questo vale anche per ogni cristiano: non lo impediscono i poteri mondani, né la chiesa e neppure la comunità monastica. Ognuno di noi può vivere il Vangelo e anzi, quando il Vangelo è contraddetto dalla chiesa, dalla comunità, dai fratelli e dalle sorelle, questo è un invito a viverlo personalmente, finanche nella persecuzione o nel rigetto. Un cristiano non ha mai nemici esterni, ma l’unico nemico può essere il suo “io” mondano, quell’io che si ribella al Vangelo perché alienato dalla paura della morte (cf. Eb 2,15) e dunque soggetto agli idoli falsi.

Care Anna Chiara e Silvia, caro Giandomenico, non dimenticate che nessuno può esentarvi dal vivere il Vangelo e che se la comunità, se i fratelli e le sorelle non lo vivono, voi avete il dovere di ricordare loro il Vangelo, pur senza giudicarli, ma soprattutto non potrete mai scusarvi del vostro non vivere il Vangelo. Se non fosse così, allora la comunità non lascerebbe più regnare il Signore e il Vangelo, ma sarebbe ognuno di noi a voler regnare sulla comunità. Non dimenticate questo impegno, questa parola data, questa alleanza per sempre con noi; e quando verranno giorni oscuri – perché verranno, la vita è lunga e la vita monastica è davvero piena di tentazioni e di cadute –, lasciate che siano le parole dette da voi questa sera, il vostro “amen” detto al Signore liberamente e per amore, a sostenervi e a permettervi di restare saldi e di non voltarvi indietro.